Cristiana Cacciapaglia

Chi sono

Sono di Bosa, ho 29 anni, sono figlia di un pescatore e una pescatrice.

Dieci anni fa sono partita, ho studiato Architettura e Urbanistica, a Torino e poi in Belgio.

Nel 2018 sono rientrata con tanto entusiasmo e voglia di fare che si sono presto scontrati con la rassegnazione e l’assenza di prospettive. L’urbanistica, poi, in Sardegna è considerata alla stregua di una parolaccia.

Dopo varie deviazioni, in un percorso necessariamente non lineare, come tantə della mia generazione sanno bene, dopo un’esperienza di ricerca universitaria e vari lavoretti, oggi presto servizio come operatrice museale presso i Musei Civici di Bosa, comunicando il territorio e i suoi valori.

Perché mi candido

La mia non è una scelta personale, è la scelta nata in seno a un movimento collettivo,la scelta che abbiamo fatto come Sardegna chiama Sardegna: quella di una generazione che non ha più intenzione di farsi da parte, di essere costretta ad emigrare per vedere realizzato il proprio futuro, per vivere una vita degna e appagante anche qui nella nostra terra.

Tornata in Sardegna ho attraversato diversi spazi politici, riconoscendo la necessità e l’urgenza di contribuire e fare qualcosa di concreto per invertire la tendenza che ci vede proiettati verso un futuro di deserto demografico, economico, culturale e ambientale.

Non c’è più tempo per la testimonianza. É necessario quanto prima invertire la rotta rispetto a questi ultimi decenni dove la classe dirigente in Sardegna, da entrambe le parti, ha pensato soltanto a perpetuare sé stessa. Decenni di alternanza di giunte di destra e di sinistra che ci consegnano una terra sempre più spopolata e depressa, che sembra essere condannata a un presente e a un futuro di lavoro precario e sfruttato, disoccupazione, difficoltà a fare buona impresa, povertà, caro energia, inquinamento, servizi inefficienti e quindi, spesso, emigrazione forzata.

Mi candido non perché voglio vivere di politica, ma perché a causa della politica non voglio morire. Non parlo di morte fisica, che comunque è un rischio quotidiano con il sistema sanitario al collasso. Parlo di morte dello spirito, di morte della speranza che qualcosa possa cambiare, che si possano creare occasioni di lavoro diverse anche nel nostro territorio, che si possa vivere in un contesto culturalmente vivo, economicamente florido e attivo.

È necessario ricostruire una speranza capace di andare oltre la rassegnazione, l’individualismo e la disillusione, che sono il primo ostacolo rispetto a qualsiasi visione e progetto di futuro.
Pensiamo sia necessario e urgente superare il bipolarismo di proposte e cartelli di partiti che hanno già dimostrato di essere inadeguati a rispondere alle sfide che ci attendono.

Alla Sardegna serve una politica diversa, che parte dall’ascolto delle esigenze, dalla forza delle competenze, dalla fiducia nella partecipazione democratica e nell’intelligenza collettiva.

Siamo in campo a sostegno di uno spazio politico con testa, cuore e gambe in Sardegna, perché solo credendo in noi stessi e nelle potenzialità di un’isola al centro del mediterraneo, capace di autodeterminarsi e scegliere il proprio destino, possiamo costruire un futuro migliore per la Sardegna, per i nostri territori e per chi li abita.

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