Simona Putzolu

Sono nata e vivo a Oristano. Ho 43 anni, sono un’insegnante di materie letterarie e lavoro da circa otto anni a Terralba. Sono cresciuta ad Ardauli, nel Barigadu, dove ritorno con lo spirito di chi torna a casa.

La vista offerta dalle colline del paese mi ha convinta sin dall’infanzia che i limiti geografici sono, nella maggior parte dei casi, segni sulle carte. Come tutti i bambini avevo sogni e desideri che col tempo sono divenuti progetti. E come accade a molti, per alcuni in modo ben più tragico, ho scoperto presto l’esistenza di limiti differenti da quelli geografici. Pensavo, però, che tali limiti si potessero superare attraverso lo studio, l’impegno, il lavoro, la solidarietà: il sistema sembrava dare a tutti una possibilità, stanti le condizioni suddette e pur essendo richiesti sacrifici e rinunce.

Quel sistema oggi non funziona più. E quei limiti, che i rassegnati pensano connaturati all’abitare in Sardegna, mi appaiono come il frutto di una politica miope, servile, interessata a difendere posizioni personali e a garantire potere a piccoli gruppi piuttosto che a ciascun cittadino la possibilità di autodeterminarsi e vivere un’esistenza piena.

Il frutto di questa politica è la povertà economica che riduce la libertà di scelta di tanti individui e sta alla base di altri tipi di povertà. Essa non è determinata dalla natura della nostra isola ma imposta quale condizione per esercitare più agevolmente il controllo su un territorio che offrirebbe a chi lo abita risorse più che sufficienti per combatterla. Il benessere dei sardi, la tutela dell’ambiente e del territorio, lo sviluppo economico e culturale troppo spesso sono messi in secondo piano rispetto agli interessi dei partiti che a turno governano l’Italia e scelgono quali debbano essere i loro interlocutori a livello regionale.

In fondo, se da tempo ho smesso di sentirmi rappresentata dalle forze politiche che raccolgono maggiori consensi è perché esse non rispettano davvero le minoranze. Certo, non sono tutti uguali ma sono troppo simili. A destra alcuni dichiarano senza vergogna il loro disprezzo per certi gruppi minoritari. Nel campo della pseudo-sinistra troppo spesso si proclamano princìpi democratici ma, alla prova dei fatti, lo stesso principio vale per una minoranza e non per un’altra, per una lingua e non per un’altra, per un popolo ma non per un altro.

Tredici anni fa conobbi, tra i banchi di scuola, un gruppo di ragazzi impegnati nella difesa dei diritti dei più deboli, dei lavoratori sfruttati e malpagati, dei discriminati, dei senza casa, di chi è costretto a partire o a scegliere se mangiare o curarsi. Li ho seguiti in queste lotte così come nelle iniziative per promuovere l’insegnamento della lingua e della storia sarda o per combattere stereotipi e pregiudizi diffusi. Grazie a loro ho conosciuto le persone che oggi compongono o sostengono la lista di cui faccio parte, sarde e sardi che stimo e con cui condivido un’idea e una pratica della politica che richiede la partecipazione di tutti.

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