Programma

Elezioni Regionali Sardegna
25 Febbraio 2024

Lavoro e modello economico

Vogliamo disegnare un modello economico legato alle potenzialità dell’Isola e in grado di realizzare i bisogni di chi ci vive.

Vogliamo che in Sardegna il lavoro sia finalmente uno strumento di autodeterminazione del singolo e della collettività, con salari equi e nuove opportunità nei settori strategici.

Un’isola che dica basta al lavoro povero e al veder realizzare altrove profitti e investimenti.

La Sardegna ha bisogno di una visione chiara sull’economia del futuro. Entro il 2025 va attivato un ampio e strutturato coinvolgimento delle parti sociali che porti alla convocazione di un Congresso del Popolo Sardo. La RAS deve rafforzare il suo ruolo nell’indirizzare il “cosa”, il “come” e il “dove” si produce, per arrestare la desertificazione produttiva, ammodernare settori esistenti e investire su quelli che hanno un maggior contenuto di sapere scientifico e tecnologico e che creano più valore aggiunto, costruire filiere e favorire l’internazionalizzazione dei beni e dei servizi nelle nuove catene globali del valore. Tutto questo per gettare le basi di un nuovo modello di sviluppo ancorato alle peculiarità produttive, ambientali e culturali dell’isola, per soddisfare i nostri bisogni grazie alla qualità dei prodotti e dei servizi, alla cooperazione degli attori, agli investimenti in innovazione tecnologica e digitale, al benessere e alla formazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Un modello complesso, connesso, complementare, dinamico ma radicalmente ancorato alle capacità e ai punti di forza della comunità sarda: agroalimentare; zootecnico; digitale; turismo diffuso e sostenibile; cultura, archeologia e ambiente; architettura e costruzioni; manifatturiero; artigianato. Su questi vanno concentrate le risorse maggiori, riformando la burocrazia, dando supporto finanziario, formativo, connettivo a vantaggio della crescita (quantitativa e qualitativa) dei settori. Al contempo, va riproposta una forma di reddito di cittadinanza, interpretandolo come uno strumento di costruzione di autonomia e attivazione dei singoli.

La RAS deve stringere  un patto con le imprese di tutti i settori: gli incentivi pubblici (non solo quelli per l’occupazione, ma a valere su qualsiasi norma e fonte finanziaria)  devono essere connessi ai diritti riconosciuti ai lavoratori (assunzioni con contratti regolari e condizioni di lavoro più giuste, anche in relazione a orario e retribuzione). Con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, entro due anni dalle elezioni la Regione dovrà dotarsi di una idonea task force di addette/i regionali al controllo delle condizioni di lavoro (piano di reclutamento con contratti a termine della durata di almeno 3 anni). Premialità ulteriori andranno alle seguenti categorie: insediamento nei Comuni sotto i 3mila abitanti; generazione di occupazione femminile o giovanile; innovazione organizzativa, di processo e prodotto; assunzione di professionalità iper qualificate; risposta a precisi bisogni del territorio sulla base di criteri di impatto sociale e ambientale. Al contempo, la Regione deve offrire ai giovani contratti di lavoro veri: basta con il finanziamento di stage extracurricolari al posto dei contratti di lavoro, basta con gli accordi tra la Regione e altre amministrazioni pubbliche per la copertura dei buchi di organico attraverso laureate/i in stage. In attesa dei concorsi, si deve ricorrere a contratti di lavoro a termine.

La Sardegna ha bisogno di un imponente piano di assunzioni, che ringiovanisca la Pubblica Amministrazione a tutti i livelli, dagli Enti Locali alla Regione, e ne rinnovi le capacità progettuali e attuative. Una PA con nuove missioni strategiche per ogni filiera amministrativa, che promuova un’integrazione verticale – attorno a comunità di progetto – e orizzontale all’interno dei diversi livelli, rispetto alle politiche cruciali per la nostra isola. Va stanziato un massiccio investimento pubblico per reclutare e formare i nuovi assunti, secondo un piano dei fabbisogni di personale coraggioso e coerente con le missioni di ogni ente. Alla nostra isola serve una PA che, dalle Unioni dei Comuni alla Regione stessa, internalizzi nuove funzioni, dal project manager al service-designer, dal data scientist all’animatore territoriale, dall’esperto in contabilità verde al giurista ambientale. Obiettivo? Rendere le istituzioni pubbliche più efficienti e al passo con i bisogni della cittadinanza del presente e del futuro, creando centinaia di posti di lavoro di qualità, diffusi in tutta l’isola, per tanti giovani altamente qualificati. 

Le aziende sarde, notoriamente di piccole dimensioni, faticano a presentare prezzi concorrenziali senza essere strozzate dalle dinamiche legate alle grandi catene distributive. Serve un grande investimento teso alla creazione di centri di interscambio, logistica e interporti che consentano di concentrare in pochi punti strategici attività (magazzino, preparazione spedizioni, servizi di imballaggio e confezionamento) che per le singole imprese risultano eccessivamente costosi. Contemporaneamente, bisogna sganciare l’isola dalle grandi piattaforme logistiche del nord Italia, con una decisa apertura ai mercati internazionali attraverso lo studio e la concretizzazione di nuovi canali per il trasporto merci (come collegamenti diretti per Barcellona e Marsiglia) e una nuova prospettiva di crescita per il porto canale di Cagliari. 

Diritto alla salute, all’abitare, alla mobilità e nuovo welfare

Vogliamo un’Isola in cui vivere sia bello e appagante, con politiche che adottino un approccio intergenerazionale nella presa di decisioni a lungo termine.

Un’Isola che dia uguali opportunità di vita a prescindere dalla residenza in paesi o città, centro o periferia. Un’Isola che assicuri pari dignità senza nessuna discriminazione, che includa e valorizzi la diversità.

Un’Isola in cui siano garantiti tutti i diritti di cittadinanza, a partire dal diritto alla salute, all’abitare e alla mobilità.

In questi ultimi anni l’emergenza si è fatta normalità: è ormai fuori misura la compromissione del diritto alla cura a tutti i livelli, dall’assistenza primaria – che oggi riguarda drammaticamente anche la salute mentale – all’emergenza-urgenza. Bisogna intervenire in profondità, perché  la sanità risponda alle necessità della cittadinanza e non alle priorità clientelari dei partiti e delle loro fazioni interne, né a criteri meramente ragionieristici ed econometrici. Con il coinvolgimento di tutti i portatori di interesse, dal personale sanitario ai sindacati, dai comitati di cittadini alle parti politiche, va costruito un Piano Sanitario Regionale triennale con una nuova concezione dell’assistenza socio-sanitaria che punti realmente alla presa in carico del paziente nella sua interezza. Un piano incardinato sui seguenti pilastri: investire sulla formazione e l’aggiornamento del personale sanitario in servizio, garantendo solide prospettive di carriera; abolire il numero chiuso nei corsi di area medica e prevedere un adeguato numero di borse di specializzazione, per garantire sul lungo termine le esigenze del sistema sanitario; nuove assunzioni, con appositi meccanismi concorsuali a favore delle aree con maggiori carenze di personale; adeguamento delle retribuzioni alla media europea; stabilizzazione del lavoro, eliminando assunzioni precarie, “a gettone”, tramite cooperative; ridurre le liste di attesa, anche tramite convenzioni degli specialisti gestite direttamente dalle ASL; rafforzare la sanità territoriale con la definizione di standard di assistenza, prevenzione e cura delle patologie croniche in un’ottica One Health, arricchendo  di professionalità le Case e gli Ospedali di Comunità.

Per contrastare lo spopolamento nelle aree interne le misure spot per l’acquisto e la ristrutturazione delle case non sono sufficienti se non rese strutturali e se non inserite in un quadro organico di pianificazione di servizi di prossimità e di incentivi al lavoro. Ma le difficoltà in termini di abitabilità oggi riguardano anche molte delle città e piccoli paesi sulla costa: luoghi in cui il diritto all’abitare risulta compromesso dal rialzo dei prezzi di locazione, legato agli affitti brevi in favore del mercato turistico. Per questo intendiamo portare avanti una nuova proposta di legge regionale, che abbia come scopo la regolamentazione del numero degli immobili dati in locazione breve, al fine di contenere le ricadute negative sul mercato delle locazioni residenziali di lungo periodo.

Tali regolamentazioni devono essere previste anche per quanti già svolgono attività di locazione breve, in quanto i soli vincoli per il futuro non sarebbero sufficienti. Nella  nostra proposta, sono i Comuni ad avere la facoltà – e non l’obbligo – di introdurre tali regolamentazioni, consentendo agli enti locali una certa autonomia nella loro concreta individuazione. La proposta evita l’aggregazione di autorizzazioni in capo a un singolo soggetto, valorizzando così la funzione di integrazione al reddito dell’attività di locazione breve, che sappiamo essere un valido supporto per tante famiglie in Sardegna. Al contempo, in questo modo, si intende garantire il diritto alla casa per chi decide di abitare stabilmente in Sardegna, oltre a sostenere categorie come quelle dei lavoratori stagionali in ambito turistico e studenti fuori sede.

I giovani non sono semplicemente i cittadini del futuro, ma attivi portatori di idee, progetti e competenze da sprigionare nel presente. Vogliamo che la RAS, attingendo anche dal Fondo Nazionale per le politiche giovanili e da fondi comunitari, disponga un programma per le politiche giovanili, che restituiscano potere, capacità e responsabilità di azione ai nostri giovani. Immaginiamo politiche articolate su tre linee di intervento: riuso di edifici sottoutilizzati o abbandonati, di proprietà dei Comuni o degli enti della Regione, perché diventino spazi di aggregazione sociale, culturali e di localizzazione di nuove imprese private o sociali giovanili; creazione di una rete di associazioni e imprese giovanili under 40; istituzione di contributi a fondo perduto fino a 30.000 euro per progetti imprenditoriali, presentati anche da gruppi informali di minimo 2 persone tra i 18 e i 35 anni, che rispondano agli obiettivi della Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

Oggi il lavoro di cura pesa troppo spesso sulle spalle delle donne, madri di famiglia e lavoratrici, che si trovano sole nella gestione e nell’assistenza di nonni e genitori non più autonomi. Accanto al ripensamento dei servizi sociali e sanitari, nell’ottica di una maggiore prossimità territoriale e di un’assistenza globale e continuativa, dobbiamo vedere gli over 65 come portatori attivi di energie, competenze e conoscenze, capaci di generare nuovo capitale sociale. Superando l’approccio frammentario e parziale della legislazione vigente, serve una legge sull’invecchiamento attivo con i seguenti obiettivi: costituzione di laboratori di comunità, in cui stimolare l’interazione di anziani, giovani del servizio civile, operatori dei Servizi territoriali, contro la solitudine, l’isolamento e i rischi di rapido decadimento cognitivo; promozione di interventi contro l’isolamento digitale, l’orientamento e l’accessibilità ai servizi; avvio di progetti di welfare di comunità con il coinvolgimento del Terzo Settore. In collaborazione con l’Università, dobbiamo favorire corsi per la formazione di nuove figure professionali legate alla cura domiciliare delle persone anziane che prevedano competenze interdisciplinari.

Altri contesti isolani ci evidenziano quanto l’essere isola non sia per forza uno svantaggio. Passeggeri e merci, seppure indipendenti l’una dall’altra, quando si parla di Sardegna viaggiano in parallelo, questo perché il sistema di trasporto gestito dalle compagnie navali impone ogni anno nel periodo da giugno a settembre l’aumento dei prezzi del trasporto merci per favorire il trasporto turistico, creando di fatto una condizione sfavorevole alla movimentazione mercantile in entrata ed in uscita. Per la mobilità interna, immaginiamo la creazione di un’azienda unica TPLP (trasporto pubblico locale plurimodale), che lavori a un’armonizzazione con il trasporto ferroviario e con forme di mobilità condivisa, anche privata. In generale, l’obiettivo deve essere quello di abbattere fortemente il traffico privato, per abbattere le emissioni nelle città e i costi degli spostamenti per chi vive in territori distanti dai servizi essenziali. Al contempo, è improrogabile lavorare ad un ammodernamento e potenziamento della rete ferroviaria, attraverso l’apertura di una serrata trattativa con il MIT e il MEF. Infine, per la mobilità esterna, la RAS deve puntare alla creazione di una compagnia sarda aerea e marittima sull’esempio di altre isole e all’istituzione di un’azienda unica degli aeroporti sardi controllata al 50 % da RAS e Camera di Commercio.

Lo sport è un elemento di educazione, salute, benessere e coinvolgimento nelle comunità e tra le comunità. Tuttavia, l’accessibilità alle strutture sportive, la mancanza di consapevolezza in tante famiglie, la presenza di pochi eventi di rilievo, i rapporti con le tecnologie digitali, stanno influenzando negativamente la pratica dello sport, soprattutto tra le fasce giovanili. Crediamo che la RAS, con un coinvolgimento diretto dell’università e delle comunità locali, debba studiare un piano di incentivo alla pratica sportiva che: garantisca a ogni persona una piena accessibilità alle attività sportive e a un’educazione sportiva di qualità; istituisca dei riconoscimenti per il raggiungimento di risultati che migliorano la reputazione della Sardegna sullo scenario internazionale; favorisca l’utilizzo dell’enorme patrimonio naturale nella pratica di discipline all’aria aperta; rafforzi il ruolo delle organizzazioni sportive con un indice che ne misuri l’impatto sociale; crei dei centri di formazione per atleti e tecnici in zone strategiche funzionali ai territori; favorisca la creazione di nazionali sarde per dare la possibilità di confronto a livello internazionale ai giovani sardi.

Criticità della LR 21/94 e agg. 2010.

Questa proposta deriva dal confronto con chi gestisce i rifugi, con le associazioni e i volontari, con i veterinari e le amministrazioni locali.

Perché occuparsi di randagismo: 

  1. Il fenomeno dell’abbandono e della violenza sugli animali coinvolge tutte le comunità territoriali e non è solo una questione da relegare alla sensibilità animalista.
  2. L’impatto economico della gestione del randagismo grava sui bilanci comunali, delle Asl e della Regione, sottraendo risorse ad altri servizi o bisogni di cittadine e cittadini.
  3. Gli animali vaganti rappresentano un pericolo sulle strade, e possono causare incidenti.
  4. I cani randagi possono essere un pericolo per le persone ed altri animali da affezione, se non ben seguiti possono creare importanti problemi di igiene pubblica.

Le nostre proposte:

Maggiori risorse per la microcippatura e le sterilizzazioni, con priorità per le femmine per i cani di proprietà.

Censimento obbligatorio e sterilizzazione (con priorità per le femmine) per cani da lavoro presenti nelle aziende agro-pastorali, con l’utilizzo dei fondi erogati per il benessere animale, estendendo il controllo e la verifica delle loro condizioni a cura della Asl Veterinaria

Corsi per volontari non organizzati, con riconoscimento di status di volontario e tesserino di riconoscimento con rimborsi spese in affiancamento ai rifugi.

Ambulatorio veterinario Asl per microcippature, sterilizzazioni, cura ed emergenze randagi e cani di proprietà di famiglie con Isee basso, ambulanza per animali feriti.

Più concorsi pubblici per veterinari che si dedichino anche agli animali da compagnia nelle Asl.

Convenzioni con ambulatori privati, accreditati e con caratteristiche di organizzazione, attrezzature e personale, adeguati per i randagi così come accade per gli animali di proprietà.

Santuari per animali maltrattati, riconoscimento giuridico da parte della Regione per la loro regolamentazione.

Apertura dei rifugi alla popolazione con open day con scuole e cittadini. Incontri di sensibilizzazione pubblica.

Affidamento giornaliero dei cani dei rifugi per sgambettamento in aree con recinzione e servizi (con acqua e contenitori per il conferimento delle deiezioni) in tutti i comuni.

Affido dei cani dei rifugi a famiglie e aziende con sostegno di volontari e guardie ecozoofile, per controllo e supporto, in cambio di sgravi fiscali.

Saperi e cultura: l’infrastruttura del domani

Non possiamo essere ignoranti di noi stessi, della nostra storia, delle nostre peculiarità geografiche, demografiche, culturali; ignoranti rispetto al mondo, alle sue sfide, ai saperi necessari per orientarsi nel presente e conquistare una qualità di vita migliore.

La nostra Isola ha bisogno di un vertiginoso aumento del numero di diplomati e laureati, di incrementare  conoscenze e competenze decisive per rinnovare il mondo del lavoro, accrescere il benessere sociale, rompere le disuguaglianze di genere e di reddito. 

Concretizzando l’autonomia statutaria, serve costruire insieme alle parti sociali una legge quadro sull’istruzione – dall’infanzia alla scuola dell’obbligo – che ampli l’offerta formativa con dei patti educativi di comunità che coinvolgano il territorio, che rafforzi i servizi all’infanzia e il tempo pieno, che inserisca l’educazione all’affettività e alla sessualità, la lingua e la storia sarda, l’educazione ambientale. Bisogna eliminare tutte le barriere che impediscono ai giovani di studiare e fruire della cultura. La legge regionale sul diritto allo studio, la n. 31/1984, va superata con un nuovo articolato e nuovi investimenti che prevedano: borse di studio per una platea più ampia e fondate sul principio reddituale, forme di reddito diretto e indiretto per la formazione e la fruizione culturale (cinema, librerie, teatri), un sistema regionale di comodato d’uso per i libri di testo, sportelli territoriali di orientamento formativo e lavorativo. In questo quadro, occorre rilanciare un sistema pubblico per la formazione professionale, in raccordo con il sistema dei servizi per il lavoro, con una programmazione degli interventi a doppio canale: una linea che indirizzi la formazione verso l’acquisizione e l’aggiornamento di competenze legate a specifici settori di attività (innovativi e tradizionali), un’altra che definisca percorsi di formazione mirati alla ricollocazione lavorativa di specifici gruppi/categorie di lavoratrici e lavoratori, in linea con i reali fabbisogni di apprendimento avvertiti dal tessuto imprenditoriale locale e con le aree di specializzazione intelligente individuate a livello regionale. Coerentemente a una nuova visione di sviluppo economico per l’isola, la RAS deve incentivare i luoghi della formazione e le imprese di settore affinché si sviluppino competenze di alto livello capaci di ideare e realizzare macchinari, attrezzature e componenti fondamentali per i settori produttivi presenti e futuri.

Il Sardo è la lingua della nostra terra, universalmente riconosciuta come tale. La sintassi (la struttura della frase) e la morfologia (la struttura delle parole) sono identiche in tutte le sue varianti, dal Logudoro al Campidano. Il lessico (il vocabolario) presenta poche variazioni che vanno recepite come ricchezza di sinonimi. Ai fini della didattica, e anche per una maggiore intercomprensione, occorrerebbe adottare un’ortografia che tenga conto dell’esperienza internazionale e degli studi più avanzati, oltre che della nostra situazione. La maggior parte delle differenze è infatti dovuta a regole fonologiche naturali. Noi siamo per una politica linguistica che rispetti il punto di vista scientifico e spinga verso il dialogo tra le diverse posizioni. Crediamo che la sfida per la prossima legislatura sia quella di dare al sardo e alle lingue della Sardegna gli stessi diritti e ambiti d’uso dell’italiano. Serve pertanto un piano straordinario per il quinquennio 2024-2029, con interventi statutari, legislativi e organizzativi profondi. Dal punto di vista statutario, occorre entro due anni dall’inizio della legislatura inserire la co-ufficialità del sardo con l’italiano in Statuto. Contemporaneamente, occorre modificare e potenziare la legge regionale 22 del 2018 (Disciplina sulla politica linguistica regionale), scrivere il PPL – Piano per la politica linguistica 2024-2028 e lanciare una vasta campagna di sensibilizzazione e coinvolgimento dei genitori e delle scuole nella trasmissione intergenerazionale del sardo e delle lingue di Sardegna. Bisogna finalmente introdurre il sardo nella scuola, come materia, ma soprattutto come lingua veicolare per altre materie. 

Le studentesse e gli studenti sardi oggi hanno pochi mezzi di sostegno materiale agli studi: oltre alle borse di studio, i contributi per il Fitto Casa permettono di alleggerire le famiglie, e in tanti casi le giovani e i giovani stessi, di un peso sempre più gravoso sui bilanci domestici, ovvero l’affitto della casa da fuori sede. Oggi la Regione spende 3,8 milioni di euro per il bando del Fitto Casa, assicurando un sostegno di 2000 euro all’anno a 1076 giovani: vogliamo 10 milioni in più sul fondo, per aumentare la platea dei beneficiari e gli importi dell’assegno erogato, in modo da renderlo uno strumento di vera emancipazione, per non essere costretti a lavorare per pagare l’affitto mentre si studia o a indebitarsi.

Va democratizzato l’accesso ai finanziamenti con la creazione di un canale esclusivo di risorse da destinare a tutte le forme di espressione culturale. Serve una legge regionale adeguata che preveda fondi scorporati dai finanziamenti previsti per turismo, sport, spettacoli. Risorse da destinare con un bando accessibile che, tra i tanti, preveda criteri di impatto sociale, livello di coinvolgimento di partner territoriali e della popolazione, bilinguismo, continuità nel tempo. Un bando che sostenga grandi festival, ma soprattutto piccoli e medi eventi promossi da associazioni, imprese culturali ed enti pubblici. In prospettiva servirà un Assessorato alla Cultura che acquisisca una nuova centralità strategica all’interno di una proposta complessiva di riorganizzazione istituzionale. 

 

Transizione ecologica e sovranità energetica

Vogliamo una Sardegna protagonista della transizione ecologica.

Un’Isola pulita e ripulita, senza speculazioni e forme di sfruttamento neo-coloniale.

Un’Isola che promuova la cura del territorio partecipata, per rispondere alla desertificazione, agli incendi, alle alluvioni e a tutti i rischi ambientali connessi al dissesto climatico e ambientale.

La sua funzione sarà quella di assolvere a tre scopi. In primis, rispondere al fabbisogno di energia attuale dei sardi e alla proiezione dei bisogni futuri, previo un coraggioso aggiornamento del Piano energetico regionale (PEARS). In secondo luogo, regolare l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili – senza affidare questo compito a un mercato palesemente fuori controllo. L’Agenzia avrà dunque il compito di verificare le richieste degli investitori, trattandoli alla stregua di chi vuole ottenere una concessione mineraria. Se compatibili con le politiche del PEARS, le richieste potranno essere accolte, stabilendo dove installare i nuovi impianti, con quale potenza e in che misura dividere i profitti che ne vengono. In terzo luogo, l’Agenzia deve servire a gettare le basi di una Società partecipata a capitale misto, pianificando la produzione di energia in capo alla stessa regione Sardegna. La Società, che deve nascere entro 24 mesi dall’inizio della legislatura, porrà le basi per la più ampia diffusione delle comunità energetiche e sarà essa stessa titolare di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, perequando costi e ricavi a vantaggio dei cittadini e delle loro bollette. Vogliamo sfruttare sino in fondo i poteri concessi alla RAS dall’articolo 4 dello Statuto. Lo scopo ultimo è garantire ai sardi il diritto ad energia pulita ed accessibile per tutti, raggiungendo prima l’indipendenza energetica e poi la sovranità energetica, applicando poteri non lontani da quelli tipici di uno Stato. Il vento e il sole potrebbero diventare per i sardi ciò che il petrolio è per i norvegesi e per il loro fondo sovrano, il più capiente del mondo.

Indispensabile una normativa della Regione Autonoma Sardegna su produzione,  stoccaggio e distribuzione dell’energia, onde colmare gli attuali vuoti legislativi. Paletti inderogabili devono essere lo stop alla costruzione di ogni infrastruttura legata al fossile; la decarbonizzazione del sistema elettrico entro il 2030; la decarbonizzazione del sistema energetico entro il 2035; la diffusione imponente delle comunità energetiche; l’elettrificazione dei consumi e l’efficientamento energetico; la copertura dei consumi non elettrificabili con l’idrogeno – rigorosamente verde e prodotto in loco. Per raggiungere questi scopi si dovrà ricorrere a tutte le forme di generazione rinnovabile – in primis solare, eolico in-shore e off-shore, idroelettrico. 

Per contrastare l’abbandono della terra, rispondere alle sfide climatiche, ai rischi connessi e arginare la desertificazione ambientale e sociale delle aree marginali, è necessario mettere in campo strumenti e risorse per la cura del territorio, del paesaggio e dell’ambiente, riconoscendo il ruolo di custodia svolto da agricoltori, pastori, coltivatori. Per valorizzare la multifunzionalità del comparto agro-silvo-pastorale, in relazione ai servizi ambientali e alla manutenzione del territorio, andando oltre i semplici pagamenti legati alle misure di greening del Piano di Sviluppo Rurale, pensiamo sia necessario implementare dei progetti di “Custodia del Territorio” da riconoscere ad agricoltori e pastori attraverso delle convenzioni tra enti territoriali (es. Unioni dei Comuni) e aziende agro-pastorali. Progetti che remunerino attività di monitoraggio e interventi in relazione alla manutenzione del territorio, al rischio idrogeologico, alla gestione boschiva e al relativo rischio incendi. Progetti che prevedano processi partecipativi a scala locale, prevedendo tavoli di discussione tra i “custodi” e gli altri attori del territorio, coinvolgimento e responsabilizzazione delle comunità locali.

Occupazione Militare: è arrivato il momento di fare i conti

Vogliamo una Sardegna libera da servitù militari: una terra di pace, non più il poligono militare dello Stato italiano, dove si effettuano sperimentazioni belliche e guerra simulata.

La Sardegna ha un gravame di servitù militari che, secondo varie stime, si aggira intorno al 65% delle servitù rispetto all’Italia. Una concentrazione straordinariamente alta. Oltre all’aspetto politico c’è un aspetto strutturale, che è il peso sproporzionato a carico della Sardegna. Oltre 30.000 ettari impegnati dal demanio militare, di cui 13.000 sono gravati strettamente da servitù militari vere e proprie.

Ci sono 80 chilometri di costa che non sono accessibili alle attività economico-turistiche e poi, naturalmente, ci sono tutti gli spazi di sicurezza. I Comuni, e in generale il Popolo sardo, hanno il diritto di conoscere la reale situazione economica delle basi militari in termini di costi, di quantificazione del mancato sviluppo, di danni all’ambiente e alla salute nonché i ricavi derivanti dall’affitto dei poligoni ad eserciti di tutto il mondo per decine di migliaia di euro all’ora.

A conti fatti, il grande debitore risulterà essere lo Stato italiano così come appare già scontato che sarà la Sardegna ad avere un enorme guadagno in termini economici, sociali ed ambientali dalla graduale riduzione dell’attività militare italiana nella prospettiva più generale di un totale smantellamento di tutte le installazioni militari italiane e NATO.

Pensiamo dunque siano necessarie due azioni: identificare un soggetto terzo, internazionalmente autorevole, ufficialmente riconosciuto e di alto prestigio scientifico, al quale commissionare una valutazione indipendente per capire cosa ha comportato la presenza delle basi militari in Sardegna negli ultimi 50 anni in termini di costi reali, benefici, impatto sociale e ambientale ed eventuale mancato sviluppo economico; interrogare il Governo e il Ministero della Difesa per conoscere a quanto ammontano i ricavi dello Stato derivanti dall’affitto dei poligoni ad eserciti e aziende private di tutto il mondo. In seguito, vogliamo che la RAS apra una vertenza coraggiosa per ridurre il peso delle servitù militari. Entro 10 anni, almeno due delle tre basi militari di addestramento attualmente in utilizzo dal Ministero della Difesa devono essere restituite alla comunità sarda. Le bonifiche devono essere a carico dello Stato italiano.

Partecipazione e democrazia reale: la politica è di tutte e tutti

Vogliamo un’Isola libera da vecchi e nuovi centralismi, che proceda a grandi passi verso la propria autodeterminazione politica e istituzionale in ambito euromediterraneo e che, sin da ora, sfrutti al massimo la sua Autonomia per far valere i propri interessi verso lo Stato e redistribuire il potere verso il basso, verso le persone, verso la cittadinanza.

La legge regionale statutaria 12 novembre 2013 n. 1 è profondamente antidemocratica: aumenta il tasso di astensione, allontana gli elettori dalla democrazia rappresentativa, lascia senza rappresentanza le minoranze. Entro due anni vogliamo l’approvazione di una riforma in senso proporzionale, che abbassi le soglie di sbarramento al 3% per le liste e al 5% per le coalizioni, eliminando il premio di maggioranza e l’elezione diretta del Presidente; che inserisca la parità di genere nella redistribuzione dei seggi e meccanismi di stabilizzazione del Consiglio Regionale che non minino la volontà popolare, come la sfiducia costruttiva. 

Il mondo è cambiato, insieme all’Unione Europea e all’Italia. Le sarde e i sardi hanno il diritto e il dovere, nel pieno rispetto del diritto internazionale, di decidere del proprio futuro. Non l’abbiamo fatto negli ultimi decenni. Entro due anni dall’inizio della legislatura, dobbiamo riscrivere il nostro Statuto, stabilendo quali poteri abbiamo e come li vogliamo esercitare. Per fare questo, oltre il Consiglio Regionale, serve l’Assemblea Costituente Sarda, eletta a suffragio universale, con un metodo proporzionale puro e con una bilanciata rappresentanza territoriale. L’eventuale diniego di questo diritto da parte dello Stato centrale – Governo e/o Parlamento – sarà  il presupposto di una rinegoziazione ancora più radicale dei rapporti tra Sardegna e Italia.

Una democrazia di prossimità, partecipativa e corresponsabile, è l’unico argine alla crisi della nostra democrazia rappresentativa. Dobbiamo approvare entro 12 mesi dall’inizio della legislatura una legge quadro sulla partecipazione, co-disegnata da  Consiglio Regionale, Comuni e comunità locali, che istituisca ai vari livelli istituzionali meccanismi adeguati a rendere i  cittadini/e sardi/e protagonisti delle decisioni pubbliche, con forme di consultazione rivolte anche ai sardi fuori dall’isola. La legge dovrà istituzionalizzare, normare e finanziare un ventaglio di modelli di processi partecipativi adatti ai singoli processi decisionali, scale territoriali, obiettivi e beni comuni: dal Bilancio partecipativo per co-decidere parte del bilancio di una determinata istituzione su proposta dei cittadini/e, al Dibattito pubblico per co-determinare grandi opere (ed eventualmente co-disegnarle), passando per le Assemblee cittadine su temi con elevata complessità e gli Accordi di quartiere per co-gestire il territorio (urbano ed extraurbano). La legge dovrà istituire anche una Autorità indipendente per la partecipazione che coordini i processi di selezione e finanziamento dei processi e ne monitori le attività, garantendo la loro qualità, efficacia e democraticità.

Politiche di genere

Spesso si pensa alle politiche di genere come politiche che hanno effetto solo sulle donne. Ma sono politiche che hanno effetto positivo sull’intera comunità. Se la metà della popolazione migliora le sue condizione di vita, economiche, sociali, la ricaduta è immediata e profonda.

Serie politiche di genere permettono il godimento di diritti di cittadinanza per tutta la popolazione, includendo e valorizzando le diversità

Le politiche di genere, per essere efficaci, devono coinvolgere tutta la comunità e hanno effetto su di essa nel suo complesso. Se si vogliono arrivare delle politiche che diano risultati concreti occorre ascoltare e coinvolgere tutte le forze sociali e istituzionali presenti nella comunità, tenendo conto delle sue sensibilità e delle sue potenzialità e soprattutto mettendo a valore tutte le risorse disponibili, pubbliche e private.

1 donna su 2 non lavora e non tutte quelle che lavorano hanno autonomia economica. Non tutte cioè hanno un proprio conto corrente e possono/sanno gestire i loro soldi. È importante/urgente attivare reti e strategie, che favoriscano l’attuazione di azioni favorevoli al superamento di questa criticità.

Il RdL è uno strumento di emergenza che permette alle donne vittime di violenza di avere un sostegno economico che le aiuti ad uscire dalla situazione di violenza.

Esiste una misura nazionale a cui si aggiunge una misura regionale della RAS. È uno strumento al momento sottoutilizzato, probabilmente per i requisiti e la complessità del sistema di accesso. Inoltre, le modalità di erogazione e di controllo replicano una condizione di sudditanza economica nelle beneficiarie, simile per schema a quella vissuta nella relazione col compagno violento, che perpetua un problema strutturale della società: la gestione economica è sempre di altri, non della donna in prima persona.

Come la spesa dell’ente pubblico impatta sulle politiche di genere? Sono spese o modalità di spesa che favoriscono gli uomini? Sono spese o modalità di spesa che influiscono sulla disparità di genere? E se influiscono l’impatto è positivo o negativo?

Il Bilancio di genere aiuta ad orientare le decisioni politiche nello stanziamento di risorse pubbliche proprio e con maggiore impegno nelle aree e settori che possono – anche indirettamente – determinare disuguaglianze, e a rafforzare i servizi in cui il rischio di discriminazione è più alto.

Il bilancio di genere deve dunque divenire l’asse portante di pianificazione e gestione di una pubblica amministrazione autenticamente democratica e attenta ai diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+.

In Sardegna è possibile attivare i nidi in qualunque realtà, anche in fattoria, anche per pochi bambini. Questo risolve il problema di piccoli comuni con troppo pochi bambini per attivare un nido “classico”. È però importante che queste nuove modalità di servizi per l’infanzia siano realizzati in un’ottica di genere (per esempio, prestando attenzione alla non stereotipizzazione delle proposte a bambini e bambine secondo il loro genere) e che siano coinvolte le famiglie e la comunità, arrivando a costruire davvero una “comunità educante”. 

È inoltre essenziale che gli operatori dei servizi per l’infanzia siano preparati a riconoscere gli eventuali segnali di problemi al loro interno e a supportare le famiglie nel loro compito genitoriale, ma anche le donne a riconoscere presto eventuali situazioni di maltrattamento o di violenza subiti

A a tutti i livelli devono essere messe in atto misure di formazione ed educazione in un’ottica di genere che riguardino non solo i bambini/ragazzi nelle scuole, ma anche il personale di tutti gli uffici e i servizi pubblici e privati.

Se una cosa non ha la parola che la denomina allora non esiste. È fondamentale modificare non solo il linguaggio personale, ma anche quello della comunicazione istituzionale, in modo che sappia rivolgersi in modo ampio a tutte le soggettività presenti nella società (donne, uomini, persone LGBTQIA+).

I centri antiviolenza sono ancora troppo pochi e assolutamente specializzati. Infatti si occupano esclusivamente di violenza sulle donne in coppie eterosessuali, tralasciando una fetta di popolazione che vive situazioni di violenza domestica in coppie non eterosessuali.

Esistono inoltre anche situazioni di violenza o di esclusione dalla famiglia di giovani, spesso minorenni, che manifestano la loro identità di genere fluida e che per questo non vengono accettati dalle famiglia. Per loro, sono urgenti servizi di sostegno per le persone e per le famiglie, e case di accoglienza aperte alle persone LGBTQIA+.

Inoltre sono carenti e necessari strutture di prima accoglienza in cui le donne possano rifugiarsi, anche con i loro figli, prima di poter accedere ai centri antiviolenza.

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